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LA PRESA MANCATA - di Giuseppe Pacini

Tante, tantissime volte, ho provato il desiderio, l’impulso di comunicare ad altri, di riflettere con me stesso su esperienze appena vissute.
Ho rimandato sempre, a malincuore, soprafatto dalle varie incombenze del lavoro e della vita, a volte incalzatesi le une sulle altre. Sempre, fino al diciotto aprile di tre anni orsono.
La sera di quel giorno dissi a me stesso:”Basta, ho deciso”.

Mi dissi queste parole con pacatezza, con un senso di serenità che mi veniva appunto da quell’ultima esperienza appena vissuta.
E così, se pur a distanza di tre anni, eccomi qua a raccontare questa piccola, grande esperienza della mia vita di medico e di uomo.
Quella sera, dopo aver effettuato due visite fiscali di due ammalati o presunti tali, mi recai in una casa per una visita necroscopica, quella che per legge dobbiamo eseguire per ogni decesso in abitazione o istituto privato.
Sentendo sul viso l’aria fresca della sera che lasciava tuttavia presagire, grazie a un certo tepore, l’arrivo della nuova stagione, percorrevo a piedi una strada modesta e semplice, come la casa che sarebbe diventata, di lì a poco, teatro di una delle più belle esperienze della mia vita, senz’altro fra le più piacevoli da ricordare e da raccontare.
La casa, semplice anch’essa, pulita e in ordine, mi ricordò quelle di tanti paesi sardi della mia infanzia, non contaminate ancora dai prodotti del consumismo e dell’inutilità.

Essenzialità e modestia, ecco ciò che sentivo di respirare appena varcata quella soglia.
Ricordo che, quando una signora mi aprì la porta, mi presentai dicendo:”Sono dell’Igiene Pubblica”. Stranamente, riconosco, non dissi di essere un medico. Non fu una cosa voluta, tale omissione, ma si rivelò senz’altro in sintonia con l’atmosfera che caratterizzò il seguito dell’episodio. In effetti, anche i successivi momenti furono improntati sul rapporto umano, scavalcando completamente quello fra medico e …utente.
La signora mi chiese se dovevo vedere la salma ed io risposi di sì.
Era un vecchietto raggrinzito e secco.
Dopo un attimo dissi che dovevo soltanto scrivere, accennando che mi bastava anche un piccolo spazio dove potermi appoggiare.
La donna che mi aveva aperto la porta disse però ad un’altra di farmi accomodare nella sala che altro non era che l’ingresso, dove, in un angolo, c’era un tavolo rotondo. Mi fu scostata da questo una sedia per farmi sedere: un trattamento decisamente diverso da quello riservatomi in occasione delle visite fiscali.
Sedutomi, compilai il certificato necroscopico. Questo era molto scarno. L’avevo notato già quando l’impiegato comunale mi dettò il fonogramma per comunicarmi le cause di morte:”Marasma senile. Collasso cardiocircolatorio”.
Meno scientificamente si sarebbe potuto dire che era morto di vecchiaia, ma questa è una causa non contemplata dai testi di patologia medica.
Ma è necessario morire sempre di una malattia, di una forma patologica?
E  se non è così, qual è l’età “giusta” per morire?
Sento che l’argomento, l’origine della morte, come l’origine della vita, così legate l’una all’altra che non si potrebbe concepire, comprendere l’una senza l’altra, mi porterebbe molto lontano.
Non divaghiamo dunque, atteniamoci ai fatti!

Anche le mie parole, in queste occasioni, ormai innumerevoli da quando ho iniziato questa attività, sono ridotte all’essenziale.
Quella sera, invece, forse perché sentivo di più il silenzio attorno mentre rimettevo nella borsa la penna e il blocco delle matrici delle visite effettuate, forse perchè incoraggiato dall’atmosfera pervasa da un senso di pace e di serenità, chiesi l’età del defunto: novantadue anni.  
“Ieri sera- mi confidò la figlia- giocavamo a carte, ma si vedeva che lui non ne aveva tanta voglia. Lo facevamo per tenerlo su. Poi ha detto che non ce la faceva a tenere le carte in mano. Dopo qualche ora è morto. Certo, un bel lavoro il suo- aggiunse dopo una breve pausa-. Ma bisogna fare anche questo, vero?!”
Io, che fino ad allora non avevo pronunciato una parola in più di quelle strettamente necessarie ma avevo soltanto ascoltato, dissi, in modo frammentario: “Eh, sì, è sempre doloroso / poi per i familiari non contano gli anni / comunque è già qualcosa quando si raggiunge una bella età”.
Dissi queste parole apparentemente banali o di circostanza pensando al collega di lavoro trentottenne stroncato da una overdose e trovato dopo alcuni giorni per il fetore avvertito dai condomini.

Quanta diversità fra le due morti! Quanto più squallida e atroce mi sembrava l’una, tanto più mi sembrava dolce e serena l’altra.
Assorto in questi pensieri, di lì a poco avvenne un fatto che si scolpì in modo indelebile nella mia mente.
“Noi avremmo voluto trattenerlo- aggiunse flettendo le braccia tese in avanti col palmo delle mani rivolto in su e stringendo le dita  come ad indicare l’atto di colui che cerca di afferrare qualcosa senza, ahimè, riuscirci- ma ormai si stava spegnendo a poco a poco”.
Vidi in quel gesto, ben lontano dal voler essere una tecnica di rianimazione, un atto di profondo ed inestimabile amore, indubbiamente in contrasto palese con le cognizioni della scienza, ma proprio per questo, nella sua semplicità, di una grandezza unica.
Lessi in quelle parole, in quei gesti mai visti prima riferiti ad un tale evento, l’espressione di un sincero desiderio affinché l’anziano padre rimanesse in vita, non per un accanimento terapeutico ma per godere ancora della sua compagnia e non solo per giocare a carte.
Come in un film vidi gli attimi precedenti la morte, le figlie sorreggere il padre accompagnandolo sul suo letto e infine lui disteso su questo per esalare l’ultimo respiro in una camera in penombra, illuminata solo dalla luce tenue e rossastra del sole che tramontava.
Forse poche morti vengono vissute così: un evento, sì, triste e doloroso ma inevitabile e come tale da accettare anche se si vorrebbe che non accadesse.

Sono sempre stato convinto, e da allora più che mai, di avere un grande privilegio, quello di poter vivere sia pur tramite e a scapito di altri, così da vicino, la realtà della morte, antitesi solo apparente della vita, nel suo vario e molteplice manifestarsi.
“Ben gentile,lei”, mi disse la figlia, salutandomi.
“Perché gentile?”, pensai dentro di me. In fondo avevo soltanto ascoltato. Avevo partecipato alla pace che regnava in quella casa, all’armonia di quella famiglia che viveva attorno al vecchio padre al quale cercava in tutti i modi di far trascorrere serenamente gli ultimi anni della sua vita.
Di queste parole conservo ancora il ricordo che custodisco gelosamente come una ricchezza, immeritata forse. Senz’altro, quella sera, mi arricchii di una esperienza e di una conoscenza nuova: la bellezza della fine naturale delle cose.
La porta si chiuse dietro di me e mi avviai verso la macchina, assaporando l’aria fresca della sera e la dolcezza di quell’incontro, una dolcezza troppo grande perché la tenessi dentro di me.

 

Giuseppe Pacini

 

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